È bello essere qua

di Maurizio Deiana

È bello essere qua, è bello essere contro, è bello e lucente il mio pensiero di libertà. È bello il gesto, lo slancio, la follia; è bello nel dolore, è bello nella fatica, è bello sul viso come una carezza di donna nuda, è bello di rabbia buona, è bello nelle parole, è bello nella paura. È bello negli occhi di mia madre preoccupata, è bello nelle mani di mio padre che lavorano, è bello nella dolcezza di mia nonna che piange. È bello nel suo travolgere, distruggere, mortificare la realtà inutile dentro cui, sentirsi normali e felici è solo un vestito da indossare; è bello nella sua incertezza, è bello perché da fastidio a chi non ne ha il coraggio, è bello perché è bello chiedersi il perché, è bello perché è bello perdersi nella risposta.

È bello dentro la pateticità di chi vuole salvarti, è bello nel gesto di chi vuole aiutarti, è bello nei momenti di consapevolezza, è bello nella solitudine, è bello nella semplicità, è bello nella verità.
È bello nelle mani, nelle vene forti, nel mio corpo stanco. È bello nei miei sospiri, è bello nel tuo ricordo. È bello nella cattiveria, è bello nell’invidia, è bello nell’indifferenza.
È bello nei miei occhi liquidi, nei miei passi leggeri, nelle mie ciglia lunghe, nella mia bocca silenziosa. È bello perché è disperato, è bello perché è impossibile, è bello dentro l’abbraccio di un’amica che vuole capire, è bello dentro il suo sorriso che mi perdona. È bello perché è bello essere qua.

Pensiero numero 9

di Maurizio Deiana

La città ha gli occhi grigi dietro le sue palpebre di pioggia; avvolta da una luce d’alluminio la strada è coperta da ombre di mani alte che salutano passanti annoiati, ombre che somigliano a iene solitarie, a corvi che mangiano gli occhi al cadavere del tempo. Siamo stati bene ieri, normali tra i normali, sorridenti e abbandonati al peso di noi stessi. Forse abbiamo sentito qualcosa, un soffio debole, un battito di luna nell’argento di una notte vista attraverso la trasparenza di un bicchiere; debole, come un morso di cane sul fianco di un capodoglio. Io sono, io ho fatto, io ero, io farò. Io dieci, io venti, io mille, io più di te. Io non esisto.

Di tutta questa sabbia che ho raccolto e nascosto nelle tasche, non rimane che farne un bel castello, a guardia del quale metterò le vostre paure.

Gravità

di Maurizio Deiana

Non ricordo più bene come iniziava questa storia, forse c’eri tu che uscendo da una porta sussurravi il mio nome, o forse non eri tu, era una foglia di tempo che mi cadeva tra le mani.
Quand’è stato che ti ho inventata? E il motivo? Tu te lo ricordi il motivo? Forse era la paura della dissolvenza, o forse per proteggermi da chi non vuole mai che io vada via. Sì, ma che giorno era? Era notte o mattina? Faceva freddo o caldo? Magritte aveva già dipinto il suo quadro migliore?
Tu sai dirmelo che sapore ha il sapore di un morso dato a una pesca matura? ho dimenticato pure quello. Ho dimenticato un sacco di cose.
Chi sei tu? Questo tu a cui rivolgo parole, a cui appendo la mia vita, con cui amalgamo la mia storia, dal quale nasce la mia nostalgia.
Non so davvero come spiegartelo quanto io ora sia stanco, quanto sia faticoso stare qua ad aspettarti, sbattuto al margine, al confine di tutto, con una pistola puntata alla testa. Manca poco alla semplicità, e poi tutto ritornerà all’origine.
Io sono un assassino che non ha più voglia di scappare. Ho lanciato tutto per aria, quello che era mio e quello che non era mio, ora tutte queste cose stanno tornando indietro. Ciò che era falso, svanirà attraversandomi con la consistenza di un fantasma, ciò che era vero presenterà il suo conto.
Ecco perché ti ho inventata, perché non dimenticassi l’appuntamento con me stesso. E’ forse questo il motivo?
Vorrei che mi insegnassi a essere felice, sono stupido vero? Ecco, vorrei per po’ essere così, stupido, il più stupido del mondo; vorrei che mi insegnasi a correre come un matto per le strade sino a perdere il fiato, solo per il gusto di sentirmi stanco e vivo, e poi alzare la testa verso il cielo, oltre i palazzi di questa città, e scoprire di non aver più paura dei colori; mi insegnerai a non aver più paura dei colori?
Non ricordo più come iniziava questa storia, forse c’era un paesaggio non ben definito, al centro del quale, tu vestita leggera di bianco, con i capelli raccolti, in piedi, mi aspetti; calpesti la riga di un grande cerchio disegnato per terra, sulla quale, lentamente, poggio le mie due valige pesanti.
C’è da qualche parte un filo logico che mi riconduce alla verità, e a volte ho la stupida sensazione che tu sia il guardiano dei margini della sua geografia, dove incessantemente deposito la mia eredità di parole.

Pensiero numero 8

di Maurizio Deiana

Cos’è stato, dov’è stato, quando è stato che una carezza d’acqua dura ha lavato la mia faccia, e scivolando per metri indietro nel tempo, si sia appiccicata a questa struttura di uomo fisso, piantato a terra con due bulloni di speranza, travolto da ogni sorta di realtà, compreso il sogno.
Com’è stato che l’immagine fosse riflessa all’infinito dentro i tuoi occhi grandi, dove mi specchiavo: “notte scura senza stelle”.
Questa vita è una pistola, tu il proiettile carico di anti-verità; questa storia dovrà un giorno finire, come questa altalena un giorno tacerà la sua voce di metallo.
Com’è accaduto il presente, da dove è arrivato, per quanto tempo staremo insieme questa volta, ricordo ancora il tuo ultimo “per sempre” di ceramica infrangersi sul tuo “arrivederci”.
Com’è stato il silenzio dopo l’ultima parola, potrebbe per caso il suo sapore, essere simile a quello di una caramella all’arancia?

Pensiero numero 7

di Maurizio Deiana

Su questa strada lastricata di “arrivederci” non passano i tram. La città sembra un circo muto. Nella luce cianotica del mattino c’è solo una ruspa spenta a farmi compagnia; dentro questo silenzio che sa più cose di te, ho visto una donna credersi una primavera. Tutto insieme l’ossigeno è arrivato al cervello, mentre bocche sporche fumano erba secca, mentre con mia grande sorpresa torno indietro al tempo del nulla. Poi tanta strada, passo dopo passo sulla via del mare, e un’onda impasta la testa, il sale brucia negli occhi, un bacio soccorre la mia bocca.
Ho visto immagini scorrermi davanti e tutto il complesso dissolversi in un respiro, e tutto il resto sparire con i rivoluzionari della domenica. Avevo paura, mai ne ho avuta di ucciderti piantandoti una parola nel petto, ti ho tenuta sulle braccia come un sacco di patate, e senza mai distogliere lo sguardo dalla data di scadenza, ho aspettato paziente, con la faccia in mano, che finisse il tempo.

Ora, nella trasparenza di una vetrina che vende bulloni, mi specchio pianeta.

Formica

di Maurizio Deiana

Ricordi? Il terrazzo, le notti profondissime passate a inventare storie, a dare un nome a ogni cosa, compresi gli aerei che ci passavano sopra la testa; uno l’avevamo chiamato Tristezza, perché luccicava poco e passava così lento che sembrava non passare più. I venti minuti di silenzio più strani di tutti i minuti di silenzio passati insieme. Nudi, sempre, a far l’amore su un terrazzo condominiale, la nostra California in minore. La tua pausa sigaretta, in piedi, di qualche passo  più lontana da me contemplavi una luce tremolante in lontananza, il mio sguardo liquido seguiva il tuo, dietro il quale mi chiedevo come ci si sarebbe potuti sentire dentro un quadro di Magritte.
Poi l’amore dopo l’amore, quello lento che non finisce più, che non ha scopo, che non porta da nessuna parte, che non deve dimostrare niente. Il rumore della tua pipì fatta dentro un secchio; e ridere di quello, semplicemente, pensando a chi ci avrebbe trovati strani, che a pensarlo, tutto sembrava più bello.
Poi il freddo, il tuo inventario dei miei capelli bianchi, l’acqua fresca bevuta dalla tua bocca, i baci sugli occhi, l’apnea prima di dirmi sulle labbra una parola straniera, lasciandomi il tempo di indovinarne il significato. Poi dormire quanto basta, annodati l’uno all’altra, belli come la notte, invincibili come il tempo, respirandoci addosso il silenzio fra poche parole di sogno, guardando una formica cercare di salire sulla mia mano come se fosse la cosa più difficile del mondo. Il tuo pianto improvviso perché Formica era caduta e sparita tra le pieghe della coperta su cui eravamo sdraiati, e mi chiedevi mentre facevi luce con lo schermo del telefonino, di non muovermi, perché altrimenti l’avrei schiacciata, ma Formica non c’era più. Hai pianto per diverso tempo, ed eri bella che non lo so spiegare,  io stavo là, fermo, a guardarti piangere. Te la ricordi quell’immobilità?

Lentamente

di L.J.M.

Ci stiamo guardando negli occhi, girando su noi stessi, dentro un metro quadro di primavera; piccoli, impercettibili passi, senza mai, mai toccarsi; e del mio essere uomo, rimane solo un pane di tempo che nelle tue mani diventa farina. Dietro il soffio delle tue ciglia che sbattono lente contro un trucco pesante, una divinità in carne e ossa, sta disegnando i miei nuovi confini. Ti guardo negli occhi, mi guardi negli occhi, dentro questo posto senza nome, con lo schifo che ci circonda, questo silenzio è un avanguardia dell’amore; è un filo di seta su cui cammino a cento metri d’altezza senza nessun tipo di protezione; vuotato da ogni energia che tu mi rubi, non ho neanche la forza di inventarmi un sorriso.

Domani, magari, con gesto distratto mi restituirai bambino a questa età adulta; lo farai così, senza accorgertene, percorrendo con le dita le rughe precoci del mio viso a cui vorrai dare un nome, la più bella, mi dirai, si chiama Fortuna. Ai miei primi capelli bianchi racconterai una storia, di un possibile mondo in bianco e nero, che troveremo sotto le nostre palpebre, dove accadrà di trovare riparo dalla pigmentata violenza della realtà. Ai miei ventisette anni, che sono cento, darai un bacio sulla bocca; dentro le vene dei miei polsi, farai scorrere il cielo degli anni settanta; e la magrezza di cui mi vesto, sarà sempre e soltanto contornata dalle tue carezze. Potrai anche essere il filo di un aquilone con cui gioca il bambino che non sono potuto essere.

Domani, forse, domani. Adesso succede soltanto di guardarsi negli occhi, di leggersi dentro i fogli sparsi che lasciamo cadere sul fondo delle nostre reciproche stanze, stanze del pensiero. Solo qualche gesto, qualche parola, mai gridata, senza mai toccarsi, lasciando che le cose accadano, lentamente. Accadrà, e io non sarò poi così diverso da ora, cambierà forse solo la quantità di tempo in cui potrò essere semplicemente ciò che sono; e sono così, con le caviglie sprofondate nel fango delle ansie, ansie che nascondo molto bene, apprensioni di chi davvero non sa mai come comportarsi, che deve ancora capire, se mai lo capirà, come diavolo si faccia a stare su questo mondo. Sono così, con le mie distrazioni che ti fanno sorridere, con tutti i nomi di persone e cose da dimenticare, con le vie di fuga che inseguo con gli occhi, sapendo che in quella direzione, per il momento, non ci posso andare.

Ecco: succederà magari che un giorno mi prenderai per mano, e con in faccia la stupidità tipica di chi se ne va in giro mano nella mano, cammineremo su una di quelle vie adesso inaccessibili, succederà perché non può essere altrimenti, succederà perché è finito tutto il tempo; il tempo delle scuse, il tempo delle attese, il tempo di doversi sentire forti più del necessario, il tempo di vivere al di sopra degli uomini, al di sopra dei sentimenti, succederà, ne sono convinto.

I miei pensieri, mentre faccio la guardia alla porta di questo cesso dietro la quale stai facendo pipì.

Rebloggato da Taccuino all’Idrogeno 

La vedi la mia immagine?

di Maurizio Deiana

Tu riesci a vederla la mia immagine? Sono seduto qua, guardo fuori dalla finestra, avvolto da una luce azzurra, c’è un lago scuro sotto i miei piedi da cui partono anelli d’acqua che si espandono per poi infrangersi sugli oggetti intorno a me. Ripeto: riesci a vederla la mia immagine? Sono qua, immobile, senza più nessuna parola da dire; i miei occhi sono la grammatica del silenzio e sulla mia bocca parlo tutto il lessico dei miei respiri, nelle mie vene scorre il verbo della pazienza. Allora? La vedi la mia immagine? Senza un motivo valido per esserci, sono qua, e a spetto che qualcosa accada.
Forse accadrà di veder passare i tuoi occhi, di veder passare il tuo sentimento di bene, di misericordia, di pietà buona. Accadrà di vedere passare tutti i miei fogli, tutte le mie parole, accadrà di vederle sparire come se non ci fossero mai state. Accadrà di vedere passare tutta questa gente, queste vespe furiose accalcate attorno alla pochezza di un “come stai?”. Accadrà di vedere passare il tempo come se fosse una donna che non posso seguire, di cui non conosco il nome, a cui non posso voler bene. Accadrà di veder passare l’estetica dell’attesa, e rimarrà tra le mani, dopo averla sfogliata come un libro, un pugno di assoluto nulla. Allora mi chiedevo, senza nessuna coerenza filologica, se tu, magari, riesci a vederla la mia immagine. La vedi?

Pensiero numero 6

di Maurizio Deiana

Imprigionati nei cavi delle macchine parlanti, stregati dall’argento dei denti di vecchie indovine, immobili su asfalti roventi a riflettere con gli occhi spalancati i crateri della luna.
Con i palmi aperti a coprire quanta più pelle sia possibile, ora che ci siamo scoperti nudi, perduti, putrefatti; ora che siamo diventati vermi per la pesca, infilzati dalla bocca sino al culo e gettati dentro oceani di infernale consumismo. Ora che tutte le parole sono divenute mera banalità, dentro lo specchio di un monitor e nel lampeggiare sconsolante di un programma di video scrittura, riscrivo la realtà che non so capire; sprofondo nell’analisi, catalogo e dispongo, definisco e giudico, poi distruggo; rincomincio e distruggo ancora, e in questa bulimia intellettuale assimilo un nocciolo di verità che mi salva, che mi conduce al raggiungimento del mio scopo. Le mie parole sono stampelle per le mie gambe frantumate dopo le inevitabili, deliranti, folli, fottute verticalità del sogno che si schiude come un fiore sotto lingue volanti, all’impatto con la materialità del reale.
Allora corro, mi nascondo dentro il vetro di bottiglie sporche; e nella visuale distorta, nelle sensazioni dicotomiche, il pianto diventa una madonna alcolizzata che scava negli occhi celesti per sollevarli dal peso delle immagini, immagini come metafora del reale, il reale che non c’è.

Questa è la quotidianità, cartoline d’attesa per posti inaccessibili, sparse su scrivanie zeppe di libri brutti, parole su parole che si sommano ad altre parole, cucite da una razionale foresta di punteggiatura, per darci il tempo tra un buongiorno e una primavera. Oppure siamo una notte senza stelle, senza avere né in tasca né in cuore uno straccio di profeta disposto a indicarci la strada, senza il gemito di un dio bambino che regala serenità alla disperazione di sentirsi invisibili e pur mai fantasmi capaci di attraversare muri e corpi, invisibili e mortali; soltanto e semplicemente.

Basterebbe una bussola di buonsenso, almeno sapremo dov’è il cielo, senza aspettare per capirlo di dover sentire la pioggia bagnarci la testa.
Sarebbe utile, certamente molto di più che eiaculare sul viso di stupide Barbie, riempire i passi di significato sino a quando la direzione non sia contemplata anche dall’immobilità.
Poi un passo dietro l’altro, sino a quando non si senta il cuore scoppiare nel petto e sarà sangue caldo ovunque, sarà vita vera, saranno schegge di ossa fuori dalla carne a dirci che siamo vivi, a raccomandarci di stare lontano da virtuosi aldilà, arredati da architetti moderni con santi scalzi e vergini senza voglie. Vivere è un mestiere, una guerra da disertare, un padrone da uccidere.

Voglio essere partigiano della mia stessa liberazione.

Storia di un passo

di Maurizio Deiana

Una tensione muscolare, scheletrica, cardiaca, mentale; un volo immortalato da un flash/sparo di un cacciatore di immobilità. E come selvaggina putrida me ne sto appeso all’altalena dei ricordi. Una fatica tortile, immagine di cartilagine di giunzione al massimo del suo sforzo; lavoro del non fare; attesa trascendentale.

Chissà se altrove tutto è immobile allo stesso modo, e se in questo preciso istante, sia possibile parlare ancora di direzione. Io sono un passo, e non mi volto al richiamo di nessun nome.

Io mi sento, ho coscienza, io sono un pianeta abitato da due piedi. Io conosco i miei successori perché ho memoria dei miei antenati, come una bocca ricorda tutti i suoi baci, le mani tutti i loro schiaffi, il cazzo tutti i suoi amplessi.

Sono cantato da una vocale di tempo, pensato da una consonante di silenzio, e divento parola solo nella loro atomica coincidenza; letto dalla voce della gravità. Una coincidenza cieca, giocata nel bilico di un dado prima che riveli il suo valore, come una montagna la sua statura, come un mare profondo il suo mistero; nell’estensione divina di uno sputo di uomo, di un piscio di cane, di un membro in erezione; la cucitura a filo doppio di uno lenzuolo sbattuto dal vento nella solitudine di un balcone, un lenzuolo che asciuga i piedi degli dei, accessorio dell’esistenza inconsistente come l’amore.

E si sopporta la vita sotto l’unghia di paura quotidiana che il terreno sotto di me si sfaldi, e io sprofondi come un fantasma, un metro sotto gli uomini.