Storia di un passo
di ilsoffiodihis
di Maurizio Deiana
Una tensione muscolare, scheletrica, cardiaca, mentale; un volo immortalato da un flash/sparo di un cacciatore di immobilità. E come selvaggina putrida me ne sto appeso all’altalena dei ricordi. Una fatica tortile, immagine di cartilagine di giunzione al massimo del suo sforzo; lavoro del non fare; attesa trascendentale.
Chissà se altrove tutto è immobile allo stesso modo, e se in questo preciso istante, sia possibile parlare ancora di direzione. Io sono un passo, e non mi volto al richiamo di nessun nome.
Io mi sento, ho coscienza, io sono un pianeta abitato da due piedi. Io conosco i miei successori perché ho memoria dei miei antenati, come una bocca ricorda tutti i suoi baci, le mani tutti i loro schiaffi, il cazzo tutti i suoi amplessi.
Sono cantato da una vocale di tempo, pensato da una consonante di silenzio, e divento parola solo nella loro atomica coincidenza; letto dalla voce della gravità. Una coincidenza cieca, giocata nel bilico di un dado prima che riveli il suo valore, come una montagna la sua statura, come un mare profondo il suo mistero; nell’estensione divina di uno sputo di uomo, di un piscio di cane, di un membro in erezione; la cucitura a filo doppio di uno lenzuolo sbattuto dal vento nella solitudine di un balcone, un lenzuolo che asciuga i piedi degli dei, accessorio dell’esistenza inconsistente come l’amore.
E si sopporta la vita sotto l’unghia di paura quotidiana che il terreno sotto di me si sfaldi, e io sprofondi come un fantasma, un metro sotto gli uomini.