Non era di questo che volevo parlare

di ilsoffiodihis

di Maurizio Deiana

Nei meriggi di luglio sono stato sovente il fantasma di quella parola che hai cercato per anni tra le mie parole, e non ti eri accorta che io leggevo dentro l’imperativo di un sorriso che mi chiedeva di sorriderti, che aveva la forma esatta di noi due annodati dentro un letto disfatto, immobili in un riposo qualunque.

Ma non era di questo che volevo parlare.

Era forse di quella sensazione di inadeguatezza che all’improvviso mi porta a defilarmi, con le insegne luminose sugli occhi, con baci abbandonati sulla bocca da sconosciute perché io ne scriva, con i miei sentimenti sulle braccia, con nei passi la mia strada da seguire.
Era magari di quella via di paese dove si giocava al calcio, e si rubava frutta matura dagli alberi dei cortili, e si correva sino a perdere il fiato, sino a non sentire più la strada sotto i piedi, lontani da quella voce che ti diceva di tornare, da cui non sarei tornato più.

Ma non era di questo che volevo parlare.

Era l’idea di una storia fatta tutta di silenzio, da doverne scrivere sino a svenire, a costo di riempire pagine e pagine di sola punteggiatura, una storia senza inizio e una fine, una storia senza senso, una storia di assenza, assenza di parole.
Era forse di un’intuizione, di un qualcosa che non si legge sui libri, di un umore che ti attraversa il corpo e ti lascia così, come la terra resta dopo un lungo pomeriggio di pioggia.

Ma infondo no, non era neanche di questo che volevo parlare.

Immagine: “Meriggio”  di Felice Casorati.

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