di Marco Fenu
Quella mia mania di conservare testimonianze …
Reduce da un po’ di febbre guardo questo spazio, queste mura che mi riparano dal freddo insistente del nord.
La solitudine affascinante e terribile di un monolocale vuoto in una giornata grigia e umida è una fiaccola ardente alla luce della quale misuro miserie vecchie e miserie nuove, mi peso, mi trovo un altro e sempre lo stesso.
Servirebbe una chitarra, servirebbe un amico, servirebbe qualcosa a dare coraggio. Tutte cose che in fondo non sono necessarie; o forse soltanto ho deciso che non debbano esserlo, per potermi sdraiare su una nuvola più fredda, più reale.
Rimangono fogli bianchi su cui lasciarsi fugacemente, quasi di nascosto, per riprendersi svelti un attimo dopo. Fogli come possibilità di mantenersi in equilibrio. Fogli di cui mi servo e che butterò via tra poche ore, per non ingombrarmi e per non trovarmi nell’imbarazzo di incapparci quando, divenuti ormai voluminosi in un futuro prossimo o remoto, mi troverò a mettere le mani tra le mie carte.
Me ne libero i quaderni come ci si libera la testa e il letto da un’amante brutta e inutile per domani, dopo che ci ha scaldato la notte di ieri.
Me ne libererò senza liberarmene mai, perché parte integrante di me sarà la somma di tutti questi pezzi di carta; il mio rapporto con loro determinerà il mio rapporto con il mondo, ogni giorno nuovo, scaricato da frustrazioni e ambiguità, per quanto possibile.
È penoso l’imbarazzo nel ritrovare ciò di cui ti sei liberato, ma liberarsi non significa sempre cancellare.
In molti casi dimenticare è sano; ma ciò che siamo è la somma delle nostre azioni, idee, convinzioni. Anche quando non le abbiamo più; è da quella pianta che è stata ricavata la nostra stoffa. La coscienza del nostro percorso non può partire che da qui. Da ciò che eravamo, siamo stati, siamo.
Dialogare con la propria pochezza è ciò che forse contraddistingue chi cerca di portare con umiltà un grosso ego.
Ma se tutto ciò che è passato è ieri, come in effetti è, e tutto ciò che è ieri è da cancellare, da spazzare via, allora non resta niente di noi. Niente con cui dialogare, nessun dato su cui riflettere, nessuna umanità da difendere in noi. Saremmo meno di bestie. Siamo invece il nostro passato, nelle nostre vittorie e nelle nostre sconfitte, nei momenti di gloria e in quelli di vergogna, dai quali in pari misura non dovremmo rifuggire, se vogliamo veramente che non sia stato tutto vano, come magari è, ma natura umana non vuole che intendiamo.
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