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Una nebbia di parole.

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Non ci credo.

di Maurizio Deiana

Non fa male, così mi dicono: la realtà non fa male. E se la realtà non fa male, non farà male neanche ciò che aliena irrimediabilmente la natura del presente, e allora magari non farà male ricordare.
Non farà male quindi rimandare e rimandare ancora, non farà male scendere a patti con la saggezza, non dovrebbe far male ricostituirsi normali, come reduci scampati all’illusione. Normali tra i normali; impareremo poi domani a far finta di niente.
Non farà male frantumare i radar con cui monitoriamo le derive delle nostre ambizioni, non farà male staccare la spina. Il tempo farà il resto, consegnandole come carcasse di cetacei alle nostre braccia protese; e non saranno abbracci.
Non farà male lavarsi via la faccia, e le parole dalla bocca, e far finta che sia tutto inutile, che nulla importa.
Non farà male smettere di non voler piacere a tutti, non farà male uscire dal nostro individualismo spietato, dentro cui prospera ego e vanità. Non farà male.

 Non ci credo.

Ho creduto a tutto

di Maurizio Deiana

Gli aliti sui vetri sembravano nuvole acide.
Iridi e specchi, lampioni e pozzanghere; noi nudi e indifesi, affacciati sulle albe urbane, come memorie in panne, per far cadere dalla bocca le parole che ci rendevano fantasmi.
Poi tutta la musica, tutta suonata d’un fiato. E dentro le stanze con poca luce, il gioco teso di morsi e sconcezze; come se fosse stato il solo modo quello di sentirsi vivi.
ho creduto a tutto, ho creduto a niente.

Mattino breve

di Maurizio Deiana

Questi due passi ampi che mi concedo dentro la stanza: il mio mattino breve, il mio respiro buono. E’ stato un colpo di mano il tempo, un’avanguardia scanzonata di autorità e avarizia. Eppure il sonno è stato buono, e l’alba dentro i palmi, disegnava cerchi colorati sulle braccia. Un fumetto di storie fantastiche poi, lo sfondo per  una dolce meditazione. Argine e macina di una rabbia taciuta, il corpo delega il suo peso agli occhi. Arcobaleni senza pioggia le mani, di solo sole, tra nuvole dense, cercano un grido scappato alla coscienza.

Ritornerò a scorrermi nelle vene.

E’ davvero così facile adesso?

di Maurizio Deiana

E’ davvero così facile adesso? come ci si sente a biasimare il tempo? e le parole? e la tua voce? e il loro significato? hanno pianto i tuoi occhi? e la stanchezza? dov’eri quando qua tutto assomigliava a uno strappo? dove sei? dove sei ora che cammino nudo senza più resistere? dove siamo noi? dov’è svanita la direzione dentro cui persistevamo?
E’ davvero così facile adesso? e le mie pagine sature? e le tue matite colorate? e le liste delle cose da fare? le liste le ricordi? e le mie manie? e il tuo sesso? e i miei eccessi? le nostre derive? le nostre spiagge? e i nostri viaggi? ci siamo mai stati sulla parola Felicità? ci siamo mai incontrati? siamo mai esistiti? è mai accaduta la realtà?
E’ davvero così facile adesso? e la soluzione? la conosci la soluzione? ti capita ancora di dormire vestita? ti capita ancora di smettere di respirare? mi canti una canzone? pensi ancora che non sia importante la verità? hai cambiato idea sulla verità? e della meraviglia cosa sai? e le attese? che nome hai dato alle attese? forse invincibili? le chiami così? invincibili?

Diario minimo

di Maurizio Deiana

Si aspettano gli indiani qua, quelli con le piume e i colori sul viso. Si aspetta che scendano da questa faccia di collina, coi cavali e le gole soffocate dalle vocali, con le asce e le frecce; si aspetta che vengano a portar via. Si aspetta e non succederà di sentirli arrivare.
Sovente i colori mi cadono dagli occhi, così come le parole dalla bocca, così inutili, non muovono niente, non cambiano niente. Non è fatta solo di numeri la matematica che scioglie il corpo e sistema le cose, che ti lascia un bacio sugli occhi prima di andare a dormire; ne è complice il sangue, ne fanno sponda le vene.
C’è molto da fare qua. La semplicità ha un’architettura complessa; a ogni sintesi la propria esegesi.
Solo nell’immagine del lento battere delle ciglia sulle ciglia, mi sento salvo.
Ho fatto l’equilibrista sulla parola “Roma”, con le braccia tese come ali di aeroplano, con gli occhi chiusi e il tempo sempre qua, a fare bolle di sapone, a fare altalena sui condizionali. Io terrapieno, io scorciatoia per le attese, io costruttore di vento di terra, senza nessuna storia da raccontare, resta solo la fatica della malinconia da consegnare agli abbracci.

C’è molto da fare qua.

Con carezze lunghe

di Maurizio Deiana

Il rumore di un termosifone che si raffredda è tutta la musica che posso, così simile alla voce analogica delle macchine che segnano il tempo.
Tazzine, calici e parole sottolineate; silenzio, luce e una cornice con dentro un autoritratto da tagliare; io così pesante dentro le mie scarpe larghe, io così normale. Julie è tornata stamattina, come un randagio che ritrova la strada quando ha fame; gira la vite e aspetta che io ritorni a quel pensiero, a quel solco di parola che suona come la cenere quando cade, che colora del colore mesto di due valige piene di nulla, che confonde le idee nella testa, che insegna con carezze lunghe dalla fronte sino all’addome, attraversandomi il corpo come una febbre leggera, come un racconto fatto di una parola sola; lasciandomi così, con i palmi sugli occhi, contemplando come un sacerdote, l’estetica del viaggio.

Quella strana polvere

di Maurizio Deiana

Ciò che espande la coscienza e rimescola la memoria; ciò che fissa il tempo e definisce le regole nella regola: qua la maiuscola, qua l’accapo, qua il punto.
Ciò che sincopa le pause e lascia che io sia distratto, con gli occhi pieni di treni veloci e tasche piene di mani. Ciò che raccorda le cose lasciate senza un nome, dimenticate tra i polsi e la voglia di andare via; che somigliano a una donna che lega i sui capelli, tra una sigaretta e un caffè amaro; con gli occhi chiusi e le mani lente attorno al nodo; con la paura di accogliere dentro sé quella strana polvere chiamata amore.
Ciò che racconta di uno schermo bianco e mi trattiene con le sue ancore di luce a contare il tempo figurato; ciò che grida senza più voce:”Resisti.”

25/11/2012

di Marco Fenu

Quella mia mania di conservare testimonianze …

Reduce da un po’ di febbre guardo questo spazio, queste mura che mi riparano dal freddo insistente del nord.

La solitudine affascinante e terribile di un monolocale vuoto in una giornata grigia e umida è una fiaccola ardente alla luce della quale misuro miserie vecchie e miserie nuove, mi peso, mi trovo un altro e sempre lo stesso.

Servirebbe una chitarra, servirebbe un amico, servirebbe qualcosa a dare coraggio. Tutte cose che in fondo non sono necessarie; o forse soltanto ho deciso che non debbano esserlo, per potermi sdraiare su una nuvola più fredda, più reale.

Rimangono fogli bianchi su cui lasciarsi fugacemente, quasi di nascosto, per riprendersi svelti un attimo dopo. Fogli come possibilità di mantenersi in equilibrio. Fogli di cui mi servo e che butterò via tra poche ore, per non ingombrarmi e per non trovarmi nell’imbarazzo di incapparci quando, divenuti ormai voluminosi in un futuro prossimo o remoto, mi troverò a mettere le mani tra le mie carte.

Me ne libero i quaderni come ci si libera la testa e il letto da un’amante brutta e inutile per domani, dopo che ci ha scaldato la notte di ieri.

Me ne libererò senza liberarmene mai, perché parte integrante di me sarà la somma di tutti questi pezzi di carta; il mio rapporto con loro determinerà il mio rapporto con il mondo, ogni giorno nuovo, scaricato da frustrazioni e ambiguità, per quanto possibile.

È penoso l’imbarazzo nel ritrovare ciò di cui ti sei liberato, ma liberarsi non significa sempre cancellare.

In molti casi dimenticare è sano; ma ciò che siamo è la somma delle nostre azioni, idee, convinzioni. Anche quando non le abbiamo più; è da quella pianta che è stata ricavata la nostra stoffa. La coscienza del nostro percorso non può partire che da qui. Da ciò che eravamo, siamo stati, siamo.

Dialogare con la propria pochezza è ciò che forse contraddistingue chi cerca di portare con umiltà un grosso ego.

Ma se tutto ciò che è passato è ieri, come in effetti è, e tutto ciò che è ieri è da cancellare, da spazzare via, allora non resta niente di noi. Niente con cui dialogare, nessun dato su cui riflettere, nessuna umanità da difendere in noi. Saremmo meno di bestie. Siamo invece il nostro passato, nelle nostre vittorie e nelle nostre sconfitte, nei momenti di gloria e in quelli di vergogna, dai quali in pari misura non dovremmo rifuggire, se vogliamo veramente che non sia stato tutto vano, come magari è, ma natura umana non vuole che intendiamo.

Nome

di Maurizio Deiana

Tutti questi caratteri sparsi tra i polsi e i mattini perfetti, mi lasciano così, con una foglia di alito per mimare un bugiardo arrivederci. Sono questo gli esseri umani, un bacio che ti lascia sulle labbra, frasi con reggenze così fragili da non poter affrontare un solo punto di domanda; sguardi che sembrano essere passati per un sogno inumano; con la medesima voce di Polifemo, gridano a Nessuno queste parole. Quanta luce su questi occhi, quanta dolcezza nelle distorsioni del tempo, nella follia di voler proteggere anche le derive dentro ogni smisurata lontananza. Punto e virgola.
Non c’è più niente, e le pareti che io ero, ora dissolte, senza più orecchie, hanno offerto al sole l’oceano bianco su cui decantavano gli stati, ora sparsi e sperduti dentro ogni possibile combinazione del presente. No, non è importante. E’ solo accaduto, come sempre accade che ciglia sbattano su altre ciglia, che l’aria entri nei polmoni, senza che alcuna coscienza ne echeggi il verbo che predica la sua più naturale azione: respirare. Così resto, a un passo dal nome che mi racconti vivo o sperduto, al cui richiamo non ho l’ambizione di voltarmi. Punto.

Le mani stese contro il sole

di Maurizio Deiana

Come un lampione che non distingue più il giorno dalla notte, e getta luce sulla luce, così è adesso la verità. Mi piace guardare fuori dalla finestra quando piove. Quanto zucchero nel caffè? …ho preferito perdermi in una distrazione, come quando ti tagli con un coltello da cucina. Come quando.
Un punto e virgola della Merini, così erano i colori di quella girandola che segnava il vento; un graffio ironico, sopra la severità di un cielo grigio; poi un orto urbano, il suo mesto abbandono, poi i miei pensieri. Le parole povere, lente, le pause, come per dire: tutte è semplice; e i significati dentro ogni interminabile gesto; da dove vieni, dove stai andando.
[Sono dentro un quadro di Magritte, sono dentro un accapo di Cioran.]
Ho preferito perdermi in una distrazione, con il sapore in bocca di un analgesico, come quando senti le vene pesanti, e il tempo è solo una parola.
Gli occhi ora chiusi al giorno, le mani stese contro il sole.

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