ilsoffiodihis

Una nebbia di parole.

Tag: Roma

Pensiero numero 4

di Maurizio Deiana

Pensiero numero uno, pensiero numero due, pensiero numero tre, pensiero numero mille! Che scazzo.
Stamattina tutti mi guardavano strano: ok, è una vita che mi dicono che sono strano e altre cose, il problema però, se di problema si tratta, è che i mattarelli del quartiere iniziano a salutarti con nomi assurdi, tipo: “ Ciao Jack! Come va?”, e spalancano la bocca per riempirla con un sorriso, come se fosse una festa a cui sono invitati tutti i denti. Io rispondo. Io, rispondo: “Bene Lulù, bene!” e ci sorridiamo, uno dando del matto all’altro. Magari sta gente non esiste ed è solo frutto della mia virtuosa fantasia, o forse no, insomma, non so distinguere più la differenza; ma la revisione della realtà/verità è un’equazione con troppe incognite, e sono sempre più convinto che un assioma possa sollevare la mia ragione dalla responsabilità di far tornare sempre i conti. ( ? )

Però, ok i presunti matti, ma gli sguardi erano sempre più divertiti, con quel bisbigliare tipico del pettegolezzo. Cammino per via Giussano, con il mia solita andatura ciondolante e stanca, e mi sentivo anche un po’ sporco, sporco di pensieri strani.
Arrivo all’edicola, prendo il giornale come ogni giorno e il tipo mi ride in faccia. Non ho reazioni, pago e me ne vado. A questo punto si sono fatte le dodici e quarantacinque, mi infilo dentro uno dei due bar che mi è solito frequentare (dipende dal turno delle cameriere), e là tutto mi è più chiaro. Il Sig. Carlo sbotta a ridere e con slancio romanesco dice: “A frocio! Che la carota ce l’hai ancora in der culo?”. Mi ero scordato le orecchie da coniglietta in testa, Betty aveva insistito tanto perché anche io le provassi. Rimembro: ma la carota?

Ps: sonouncretino.

Primavera, primavera un cazzo

di Maurizio Deiana

Io e il mio amico di sempre semi-invisibile lo chiamiamo il Professore, è uno dei possibili proprietari di un mini market che sta sotto casa, possibile, perché non si capisce bene di chi diavolo sia, potrebbe essere di tutti loro, e sono tanti.
Ha una giacchetta da intellettuale di sinistra anni settanta, (estate o inverno non fa differenza) un orologio forse d’oro, capelli ordinati, postura composta. Nazionalità Indiana, Cinquant’anni portati malissimo, lingua incomprensibile, è più un vociare indistinto, diciamo che borbotta onomatopeicamente i sui significati, e quando il pensiero è complesso, gesti lentissimi delle mani integrano ciò che la bocca non dice.
Viaggia con una media di due bottiglie di Ballantines e una stecca di pessime sigarette al giorno, in un anno non l’abbiamo mai visto sobrio.
Se entri a pigliarti una birra, te la sceglie lui come se stesse cogliendo un frutto maturo da un albero. Se poi vuoi pigliare il vino, parte un seminario incomprensibile e dopo i primi venti minuti, la bottiglia te la vorresti spaccare in fronte per la sofferenza.
Le rare volte che esco di casa presto, lo trovo sull’uscio del suo negozietto, con una sessantasei Peroni calda, con la quale si sta preparando lo stomaco per la roba seria che da lì a breve incomincerà a tracannare.  Allora tu lo guardi con ammirazione, e ti sovviene alla mente l’immagine di un fenicottero che con la sua zampetta alzata contempla l’orizzonte, con la variante di uno stomaco dilatato dalla cirrosi epatica in stato avanzato.

Stamattina tra il suo borbottare solitario, diceva guardando il vuoto: “Primavera, primavera un cazzo.”

Caro, caro professore, ti vogliamo bene, i tuoi affezionatissimi adepti.

Ps: tutto questo è vero e succede al Pigneto, Roma. Non lontano da qua abitava il Rag. Ugo Fantozzi. Domani prenderò l’autobus al volo.

La foto appartiene a loro: www.premioceleste.it

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